Vauxhall, l'enigma britannico: un'Opel con il grifone che non attraversa mai la Manica

Chiunque abbia già attraversato l'Inghilterra in auto conosce questa strana sensazione: i parcheggi pullulano di vetture che assomigliano in modo impressionante a delle Opel, ma che portano sulla calandra un piccolo grifone rosso e un nome sconosciuto da questa parte della Manica, Vauxhall. Da noi, il marchio semplicemente non esiste nelle concessionarie, mentre figura in bella vista in molte collezioni di brochure. Ecco un paradosso che merita di essere approfondito, perché dietro questo logo si nasconde uno dei marchi automobilistici più antichi ancora in attività, e uno dei più sconcertanti.
Uno dei marchi britannici più antichi
La storia inizia nel 1857, ben prima dell'automobile, quando un ingegnere scozzese di nome Alexander Wilson fonda a Vauxhall, un quartiere a sud di Londra, una fabbrica di pompe e motori marini. La prima vettura esce solo nel 1903, una modesta cinque cavalli monocilindrica che si guidava tramite una semplice leva, priva di retromarcia. L'attività si orienta allora progressivamente verso l'automobile e assume il nome di Vauxhall Motors intorno al 1907.
Il celebre grifone che ancora oggi orna le calandre non è affatto un espediente di marketing: proviene dallo stemma medievale di Fulk de Breauté, un signore il cui dominio londinese, "Fawkes Hall", ha finito per dare il nome al quartiere di Vauxhall, e poi al marchio stesso. Sono rari i costruttori in grado di far risalire il proprio emblema al Medioevo. Prima della guerra, Vauxhall si era peraltro costruita una reputazione di vetture sportive e raffinate, lontanissima dall'immagine popolare che le si attribuirà in seguito. La sua 30-98, prodotta a partire dagli anni Dieci del Novecento, è oggi considerata una delle primissime vere auto sportive nella storia dell'automobile.
L'era General Motors
La svolta decisiva arriva il 16 novembre 1925, quando il colosso americano General Motors rileva una Vauxhall in difficoltà per due milioni e mezzo di dollari. L'azienda americana riorienta subito il marchio verso il grande pubblico e la produzione di massa. Già nel 1930, la Cadet diventa la prima vettura britannica dotata di cambio sincronizzato, una piccola rivoluzione per l'epoca. Nel dopoguerra, Vauxhall si costruisce un'identità un po' appariscente con le Victor e Cresta, dalle forme direttamente ispirate ai transatlantici di Detroit, affascinanti ma note per arrugginirsi a vista d'occhio.
È proprio in quel periodo, tuttavia, che il marchio diventa un nome familiare in ogni casa britannica. La Viva, piccola berlina lanciata nel 1963, la Cavalier che va a caccia nel territorio della Ford Cortina, la Chevette, prima tre porte a portellone del paese, poi l'Astra e la Nova negli anni Ottanta: Vauxhall accompagna la motorizzazione di massa di un intero popolo. Per generazioni di inglesi, imparare a guidare o acquistare la propria prima auto significava spesso scegliere una Vauxhall.
La "opelizzazione", ovvero quando Vauxhall è diventata un'Opel
È qui che si annoda il cuore dell'enigma. General Motors possedeva già, sul continente, un'altra filiale florida: la tedesca Opel. Mantenere due centri di progettazione, due gamme e due reti commerciali per vendere praticamente le stesse vetture non aveva alcun senso economico. A partire dalla metà degli anni Settanta, il gruppo decide quindi di fondere progressivamente i due marchi. Dal 1980, le Vauxhall sono sostanzialmente delle Opel identiche, progettate a Rüsselsheim in Germania, poi semplicemente ribadgiate con un grifone per il mercato inglese.
Restava da risolvere una questione: quale marchio mantenere, e dove? La risposta fu pragmatica. Sul continente, Opel vendeva molto più di Vauxhall, la scelta fu presto fatta. Ma nel Regno Unito, il nome Vauxhall godeva di un legame storico troppo forte per essere sacrificato, tanto più che i britannici guidano a sinistra, con il volante a destra, il che imponeva comunque una produzione specifica. General Motors ha quindi ritirato Vauxhall dai mercati continentali, e persino dalla vicina Irlanda dove Opel ne ha preso il posto, all'inizio degli anni Ottanta, per mantenerla soltanto sulla sua isola d'origine. Da allora, un'Opel Astra e una Vauxhall Astra sono esattamente la stessa auto, con l'unica differenza che una attraversa la Manica e l'altra no.
Questo piccolo gioco di badge ha del sorprendente, e spiega come una stessa vettura abbia potuto portare due nomi diversi ai due lati di un confine: la Vauxhall Nova degli anni Ottanta non era infatti altro che l'Opel Corsa venduta nel resto d'Europa. Per l'appassionato di documentazione automobilistica, il marchio diventa quindi una vera miniera, poiché i suoi cataloghi raccontano, in inglese e in forma speculare, l'intera gamma Opel sotto un'altra identità.
Non solo cloni: alcuni colpi di scena
Ridurre Vauxhall a una semplice fotocopia di Opel sarebbe tuttavia ingiusto, perché il marchio ha conosciuto veri momenti di gloria. Il più clamoroso resta la Lotus Carlton del 1990, una grande berlina dall'aspetto posato che il preparatore Lotus aveva trasformato in una vera bomba: 377 cavalli, 283 km/h di velocità massima, abbastanza da renderla una delle berline più veloci al mondo nella sua epoca. La sua velocità suscitò un tale scandalo da alimentare dibattiti persino in Parlamento britannico, con alcuni che ne chiedevano semplicemente il divieto. Anche la stampa scandalistica se ne occupò, temendo che diventasse l'auto dei sogni per i rapinatori in fuga, dato che nessuna vettura della polizia dell'epoca era in grado di raggiungerla.
In seguito, il marchio ha coltivato questa vena sportiva con le sue versioni VXR, equivalenti britanniche delle Opel OPC, e si è persino concesso una coupé muscolosa importata dall'Australia, la Monaro, ereditata dalla filiale Holden. Altrettante sfide all'immagine posata che solitamente si attribuisce a un'auto entry-level, e altrettante prove che, anche ribadgiata, una Vauxhall sapeva a volte mostrare carattere.
Oggi: un marchio inglese in Stellantis
Il destino di Vauxhall ha conosciuto un nuovo colpo di scena nel 2017, quando General Motors ha ceduto le proprie attività europee, Opel compresa, al francese PSA per 2,2 miliardi di euro. Quattro anni dopo, nel 2021, la fusione tra PSA e Fiat Chrysler ha dato vita a Stellantis, nuovo proprietario del grifone. Le Vauxhall di oggi, Corsa, Astra, Mokka, Grandland o Frontera, non sono quindi più delle Opel tedesche ma delle Stellantis condivise, spesso di progettazione francese, e sempre badgiate Vauxhall per il solo mercato del Regno Unito.
Il marchio vive tuttavia un periodo di transizione. Il suo storico stabilimento di Luton, aperto nel 1905, ha chiuso i battenti nel 2025. Non assemblava più comunque vetture particolari dal 2002 e si era specializzato nei furgoni, perché lo si dimentica spesso sul continente, ma Vauxhall è anche un peso massimo del veicolo commerciale oltre Manica, con i suoi Vivaro e Combo. È ora lo stabilimento di Ellesmere Port a prendere il testimone, riconvertito alla produzione di veicoli commerciali compatti elettrici. Come tutto il gruppo, Vauxhall si sta orientando verso l'elettrico, ma il suo modello resta immutato: vendere, su una sola isola, vetture che il resto d'Europa conosce con un altro nome.
Resta la vera domanda: perché ostinarsi a mantenere un badge che, meccanicamente, non corrisponde ad alcuna vettura propria? La risposta risiede probabilmente in ciò che l'automobile ha di meno razionale. Per un britannico, quel piccolo grifone rosso evoca l'auto del padre o la prima vettura di famiglia, un pezzo di storia industriale nazionale vecchio di oltre un secolo e mezzo. Finché questo legame affettivo reggerà, il marchio continuerà a vivere la sua strana esistenza: molto antico, molto inglese, eppure mai del tutto se stesso.
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Galleria
Photos © DieselFordMondeo, Calreyn88 et Vauxford / Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0)
- https://en.wikipedia.org/wiki/Vauxhall_Motors
- https://fr.wikipedia.org/wiki/Opel


